Presentato sulla Croisette di Cannes durante uno dei festival più discussi di sempre, sbarca nei nostri cinema Solo: A Star Wars Story, spin-off attesissimo dedicato al fuorilegge spaziale più amato e idolatrato di sempre. Fin da quell’ormai lontano 1977, quando cominciò l’epopea della saga cinematografica più importante di tutti i tempi, ed in cui il pubblico conobbe proprio Han Solo (diventato poi Ian o Jan a seconda delle versioni). Il personaggio di Han Solo lanciò in modo imprevedibile la stella di Harrison Ford, divenuto nei decenni uno degli attori più amati e stimati dal pubblico e dalla critica, ma qui, diretto da Ron Howard, ad interpretare l’adorabile canaglia delle galassie troviamo (per ovvie ragioni di età) il giovane statunitense Alden Ehrenreich (già visto in Blue Jasmine e Yellow Birds).

Solo: A Star Wars Story arrivava con un peso enorme addosso, quasi schiacciato tra l’incudine ed il martello. Da una parte la necessità di confrontarsi con quel Rogue One che aveva sorpreso un pò tutti, vincendo la difficile scommessa di creare qualcosa che si staccasse dal filone principale pur restandone  fortemente legato ai canoni classici. Dall’altra il confronto con il mastodontico ma discusso ultimo episodio ufficiale della saga, Star Wars: Gli Ultimi Jedi che ha diviso critica e pubblico come pochi altri film negli ultimi anni. Ebbene al netto di alcuni difetti, possiamo tranquillamente dire che Solo: A Star Wars Story sia l’ennesima prova della maestria e della sagacia di Ron Howard, capace di creare qualcosa di assolutamente genuino, fantasioso, originale, ma al contempo non troppo slegato dall’universo di Lucas, ed in grado di stupire e divertire.

Solo: A Star Wars Story

Non è un film che farà la storia del cinema, ed è comunque inferiore allo spin-off di Gareth Edwards, ma si rimane basiti nel vedere quanto la critica “ufficiale” sia stata ingiustamente severa a Cannes, quanto abbia stroncato l’intrigante viaggio nel passato di Han Solo e quanto al contrario abbia perdonato i due nuovi episodi della saga sequel, rivelatesi (secondo il parere di chi scrive) tutt’altro che fantastici o ben congegnati. Solo: A Star Wars Story invece è la dimostrazione di quanto il regista di A Beautiful Mind sia adattabile e conosca bene il mestiere, dal momento che questo film non soffre di alcuno dei difetti che si temevano nascere per l’avventuroso avvicendamento alla regia, con il licenziamento di Phil Lord e Christopher Miller, sostituiti da Howard. Soprattutto mostra di avere in Ehrenreich un attore di talento, non un bambolotto capace solo di far rimpiangere l’amatissimo Harrison Ford.

La frizzante sceneggiatura di Lawrence e Jon Kasdan ci guida nel passato del giovane scavezzacollo Han Solo, getta una luce sul come un piccolo ratto di città sia diventato il cinico e temerario fuorilegge spaziale, sulle origini del suo fraterno rapporto con il grosso e fedele Chewbacca, in che modo abbia conosciuto il pittoresco Lando Calrissian. Ma soprattutto Solo: A Star Wars Story ci mostra gli anni bui dell’impero, ci fa comprendere dal punto di vista narrativo il perché della ribellione, ci mostra un universo pittoresco, pericoloso, affascinante ma che indossa la calda e familiare atmosfera dei western di Ford ed Aldrich, del cinema cappa-e-spada di una volta, dell’adventure puro anni 40 e 50. Oltre ad Ehrenreich, il cast è completato dal sempre simpatico ed eclettico Woody Harrelson nei panni di Tobias Beckett (fuorilegge e mentore di Han), dalla lanciatissima Emilia Clarke in quelli dell’ambigua ma affascinante Qi’ra, nonché da Donald Glover, chiamato a raccogliere l’eredità di Billy Dee Williams per il personaggio di Lando Carlissian. Completano il cast Paul Bettany, Thandie Newton, Phoebe Waller-Bridge e Joonas Suotamo,il nuovo volto e corpo del peloso Chewbacca.

S

Il risultato finale è quello di un film che possiamo definire meno cupo di Rogue One, ma forse molto più fedele alla saga originale per ambientazione, stile e anima, che  abbraccia senza alcun tipo di remora il filone “flashgordiano” di Star Wars, con buona pace di jedi, sith, forza e quant’altro. Un’avventura ammantata di un’ironia mai fuori luogo, poco disneyana – per fortuna. Con trovate fantasiose, battaglie stellari spettacolari, scazzottate, duelli da ok corrall e chi più ne ha più ne metta. La regia non perde un colpo, i dialoghi sono studiati nel minimo dettaglio, gli effetti speciali spettacolari, il montaggio perfetto e pure la colonna sonora di John Powell si accoda nel creare qualcosa di nuovo da ciò che era già noto ed amato pur senza tradirlo.

SOLO: A STAR WARS STORY RAPPRESENTA UN RITORNO AL PASSATO CONVINCENTE CON SPUNTI NUOVI

Se si dovesse trovare un metro di paragone atto a farci comprende a quale tra i vari episodi della trilogia originale, prequel o sequel questo Solo: A Star Wars Story sia parente prossimo, sicuramente l’ago della bilancia penderebbe verso Episodio IV e Episodio VI della vecchia trilogia. In comune ha il sapore dell’avventura pura, fine a sé stessa eppure bella proprio per questo, una dimensione creativa che si articola su personaggi di facile lettura ma mai banali, capaci di cambiare e non essere mai ripetitivi o scontati, difficilmente catalogabili in modo cristallino ed immutabile. Buoni, cattivi o antieroi? E proprio in questo frangente Solo: A Star Wars Story acquista un valore aggiunto, visto che nell’universo che abbiamo di fronte, nessuno è realmente buono, nessuno è realmente cattivo, tutti sono un pò l’uno un pò l’altro a seconda delle circostanze, a seconda del momento, ma senza effettuare una cesura che li renda totalmente odiati o totalmente amati dal pubblico. Ad eccezione di Solo e del suo fedele Wookiee naturalmente.

Solo: A Star Wars Story

Manca quindi un vero villain. Ma in un gioco delle parti e delle maschere molto efficace, la sola cosa certa è che, alla fine di 135 minuti, ci siamo comunque affezionati più al disincantato vecchio randagio della galassia di Harrelson o all’indecisa ed umanissima ex ragazza di strada della Clarke, che ai nuovi personaggi visti in Episodio VII e Episodio VIII. Ed in fondo la stessa cosa si può dire anche per Rogue One, anch’esso fantasioso e robusto, sorprendente nel suo essere ponte tra vecchio e nuovo. Alla base c’è sicuramente una maggior qualità della scrittura, una maggior attenzione per i dettagli, per la psicologia dei personaggi, per la coerenza della storia, e forse anche la consapevolezza di non poter contare sull’effetto “saga” allo stesso livello dei nuovi episodi ufficiali. Più rischio, comporta maggior attenzione.

RASSEGNA PANORAMICA
Solo: A Star Wars Story
8.6
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