Cosa rappresenta Harlem, proprio il quartiere storico di Manhattan che fin dagli anni ’20 è stato impulso del celebre movimento culturale nero detto Rinascimento di Harlem. Potremmo dire tutto, il cuore pulsante, i sogni e le speranze del popolo Afro-americano; centro culturale e commerciale limitato dalla 155th Street a nord e dal fiume Harlem ad est, racchiude le anime desiderose di farsi strada, in un senso, o purtroppo, nell’altro. É proprio qui che prende vita l’avventura di ‘Luke Cage’ portandoci in un mondo maturo già visto in passato grazie a Netflix ma che qui aggiunge un sublime guizzo musicale, un velo ironico e forse qualcosa scazzottata di troppo.

Ed è proprio la voglia di lottare, il bisogno di una rinascita per un quartiere così pieno di vita a convincere il buon Carl, ops, Luke a prendere in mano la sua vita, svestendo una volta per tutte i panni da fuggitivo, del vigliacco che fugge difronte le responsabilità abbracciando dunque la strada della luce, quella del supereroe. In questo ben s’inserisce la sceneggiatura, di altissimo livello soprattutto nella prima parte grazie agli intrighi politici e criminali, che molto spesso fanno rima con la stessa famiglia e costringeranno un uomo solo, nero con un gran carisma e un gran cuore a sfidare un sistema corrotto una volta per tutte: chiaramente la strada non può essere facile.

Luke Cage

I problemi iniziali fanno rima con Cornell “Cottonmouth” Stokes, interpretato da un bravissimo Mahershala Ali, che darà grosso filo da torcere a Luke. Il personaggio è costruito ottimamente dalla produzione, dove in questo senso ci aiutano anche i flashback a conoscere meglio lui, il suo dramma e la follia di una famiglia pronta a controllare il passato del quartiere. Costruito benissimo anche il rapporto con la parentela e gli intrighi politici in cui è inserito – non fatemi dilungare oltre. Ma soprattutto in ottica cinematografica è proprio lui che dobbiamo ringraziare: infatti pur di sbrogliare il bandolo della matassa e far fuori Cage sarà costretto all’utilizzo di una particolare tecnologia (beh se volete scoprirlo andata al nostro articolo Spoiler).

LUKE CAGE, L’EROE DI CUI HARLEM HA BISOGNO

Andando un pò ai meri dettagli, il ritmo in generale dei 13 episodi di ‘Luke Cage‘ inizia bene sopratutto nei primi 6, poi rallenta un po’ e da quel punto si susseguono alti e bassi continui conditi da una scazzottata finale che seppur dovrebbe tenere altissimo il ritmo abbassa l’attenzione dello spettatore, quasi 40 minuti di scontro senza dilungarsi stancano e si sarebbe potuto lavorare invece su un colpo di scena finale che purtroppo non arriva; per questo anche la sceneggiatura rispetto alla prima parte ne risente, la scoperta della vera minaccia convince ma non troppo e la strada è meno intreccio e più lineare, per carità può starci ma Netflix ci ha abituato un po’ meglio. Mentre invece un plauso grandissimo alle musiche dello show che rendono l’impianto effettivamente un ‘western hip-hop’ e tinte jazz come definito dallo showrunner Cheo Coker. La fotografia doveva essere per forza un passo avanti agli altri show per mostrarci il cuore di Harlem e anche in questo caso non si può non fare un plauso alla produzione.

Luke Cage

Ho trovato molto interessante anche la parabola del colpevole che accompagna Luke praticamente da subito, dalla prigionia dei flashback passando al ricercato di turno, toccando con gentilezza il tema degli Afro-americani e lo scontro acceso con le forze dell’ordine. Infatti la struttura pensata per Luke Cage è da premiare a pieni voti e in questa diatriba ben s’inserisce Misty Knight, con una Simone Missick che ha dovuto fare gli straordinari per il suo personaggio eclettico che vive Harlem e lo respira provocando spesso e volentieri le ire dei superiori. Il suo personaggio all’inizio sembra essere fuori luogo ma pian, piano s’inserisce perfettamente negli schemi dello show e lavora di episodio in episodio per migliorarsi e scoprire la verità dietro al vero colpevole.

Mentre per quanto riguarda Claire (Rosario Dawson) la produzione ci regala un maggiore minutaggio è vero ma ci fa assistere ad una caduta netta del personaggio nella prima parte e la sua risalita, vista più sotto una chiave messianica, non solo pare un po’ forzata ma oltremodo pretestuosa. La seconda parte è la solita Claire battagliera sia nella forza d’animo e sia in una scazzotata che avrebbe potuto costarle la vita. Claire dunque ha trovato la sua missione e il suo scopo nella vita che nonostante tutto sembra ridursi a una mera questione amorosa, quando inizialmente il discorso materno era riferimento al supereroe in generale.

luke cage

Sarà comunque lei a dare nuova linfa e speranza a Luke dopo le terrificanti scoperte sul suo passato e sarà sempre lei a dargli il coraggio per smontare un sistema che cerca di ricostruirsi ad ogni ripresa – Luke sarà ugualmente pronto a rispondere al colpo con un nuovo cazzotto. Non fermatelo, Power Man è arrivato, Harlem è tua!

Conclusione

‘Luke Cage’ ci permette di respire sia con la musica e le immagini il quartiere di Harlem pronto a dargli la forza di lottare e uscire definitivamente allo scoperto. Il filo d’ironia nonostante i contenuti maturi non guasta, a guastare è invece la seconda parte che un po’ perde quanto di buono fatto nei primi 6 episodi. Agli intrighi piano, piano gli si sosituisce un filone fin troppo lineare e vintage per quanto riguarda il genere supereroistico passando da motivi personali alla scazzottata finale. Il personaggio di Claire Temple ha una parabola di crescita un po’ pretestuosa mentre Misty a lungo andare funziona meglio e certamente la rivedremo in futuro. I Flashback sono buoni quando si concentrano poco a poco su Luke ma poi quando aumentano e si focalizzano su altri personaggi, perdono in efficacia nonostante cerchino di spiegarci un dramma e i perché di determinate azioni. Dunque potenzialmente ‘Luke Cage’ almeno nella prima parte è migliore sia di Daredevil st. 1 (9.5) e Jessica Jones (8.8) ma finisce col perdersi in un bicchiere d’acqua ed è un gran peccato.