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Recensione – Mission Impossible: Rogue Nation


Recensione
Recensione – Mission Impossible: Rogue Nation

E’ cambiato tutto per sempre, oppure no? E’ questo fin dall’inizio il dubbio instillato dall’ormai rodato Christopher McQuarrie nella mente di noi spettatori: l’IMF che fine farà d’ora in poi? La leggenda Etan Hunt riuscirà ancora una volta a dimostrare di aver ragione?

Il canovaccio dei Mission Impossibile in questi 20 anni è stato sempre ben definito: una trama con una tesi sempre sconfessata dall’agente Hunt eliminando il grido disperato di quello che poteva essere il primo vero cambiamento della serie che a conti fatti non è arrivato. Dunque film nuovo, vita vecchia? Così pare! Infatti sono presenti tutti i canoni classici della missione impossibile e in generale dei film d’azione – missioni spettacolari, gadget futuristici, le sequenze di stunt pazzesche e ahinoi il villain piatto – quindi l’unica grossa novità rispetto al passato non poteva che essere la continuity con Protocollo Fantasma e l’apporto che Chris poteva dare alla trama, cercando spunti innovativi per il futuro della serie.

Dalla pellicola precedente targata JJ Abrams, McQuarrie riprende chiaramente gli ultimi scampoli facendo sua l’ultima missione. Il motivo primo del ’Sindacato’ s’inserisce quindi in uno schema molto più grande che ci catapulta direttamente sul campo di battaglia. Nella sequenza iniziale con l’aereo è difficile scegliere se avere paura per Tom Cruise o stupirsi per una delle scene più adrenaliniche di sempre.



CON ROGUE NATION SI RITORNA ALLE ORIGINI PUR CERCANDO QUEL GUIZZO INNOVATORE, MANCANTE..

Inoltre è evidente fin da subito come il ruolo di Simon Pegg, che ritorna a vestire i panni di Benji, sia più corposo, investendo alcuni momenti chiave del plot. Il regista ha evidentemente sfruttato il suo personaggio per cercare la distensione dei toni della pellicola a tratti drammatici e che sconfinano spesso e volentieri nel prolisso non ottenendo di fatto l’effetto sperato. Con la scalata di Pegg, agli altri due, Jeremy Renner e Ving Rhames non rimangono di fatto che le briciole: il primo ‘Avenger’ rimane alla base per risolvere le questioni istituzionali peraltro in maniera insufficiente provocando la fine dell’IMF, mentre il secondo è presente più che altro per il discorso continuity risalendo la china solo nel breve momento della caccia alla donna.

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Proprio nell’inserimento della componente femminile Chris riesce benissimo, perché su Rebecca Ferguson e il suo camaleontico personaggio, Ilsa, verrà imperniata la trama centrale.  E’ evidente come il motivo dominante sia quello dell’ambiguità, che ritorna sempre e costringe Ilsa in più riprese a strisciare come un serpente tra la vita e la morte di un agente infiltrato, e lo dimostrano anche le sue spiccate doti in battaglia. L’ingresso della Ferguson ha contribuito per lunghi tratti a dare un tocco in più alla nobile arte dello spionaggio e più in generale allo spy genre cinematografico.

Tra le altre novità che McQuarrie più volte cerca di sottolineare è come ormai il mondo sia un posto piccolo, dove i giochi di potere ormai hanno scena internazionale. Lo vediamo nella disamina del percorso di Hunt che lo porta alla definizione del Sindacato al fidato amico Benji, lo rivediamo poi nella richiesta disperata di Ilsa ad Itan o in ultima battuta quando l’agente inglese è sulla riva del Tamigi per la consegna dei codici al suo capo, Attlee (Simon McBurney), reo di aver dato vita allo stato fantasma. In realtà però Rogue Nation altro non è che una parabola che cerca di dimostrarci che tutto si trasforma (magari estende i suoi confini) ma nulla cambia riportando esattamente le cose come erano prima: è qui il momento in cui le speranze di innovazione si perdono definitivamente anche se in molti potrebbero legittimamente pensare che Mission Impossibile è Mission Impossible e nient’altro – per carità; ma è proprio la presenza del duo McQuarrie/Tom Cruise che ci avrebbero fatto sperare in un prodotto più estroso, non dico simile ad Edge of Tomorrow, ma con un percorso più simile a quello di Jack Reacher.

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Infatti come detto brevemente sopra, le cose a cui siamo stati abituati con la serie, dai gadget ipertech, alle sequenze di azione sono riuscitissime, tranne qualche piccolo scivolone davvero irrealistico già visto nell’ultimo Fast&Furious parlando in maniera più specifica di spettacolari voli automobilistici.

Tornano ai discorsi sulla Rogue Nation, è apprezzabile come le motivazioni del Sindacato e soprattutto il villain rimangano celati per buona parte delle pellicola fino a quando saltano fuori in tutta la loro irruenza lasciando poche speranze nelle mani di Hunt e compagni. Itan per cinque lunghi anni gira il mondo alla loro ricerca riuscendo infine ad aver un nome e cognome della testa del demone, Solomon Lane. In questo Sean Harris altro non fa che incarnare un villain classico, freddo e implacabile con una motivazione non convincente, come dimostra il finale non all’altezza nonostante l’impianto scenico particolare che ricorda palesemente una commistione teatrale chiudendo il cerchio ‘vaporoso’ d’inizio film.

COMMENTO FINALE

Mission Impossibile Rogue Nation, fa certamente meglio del suo predecessore riportando un po’ la serie alla origini che si arricchisce di nuovi stimoli evitando inutili iperbole ma dilungandosi troppo in alcuni punti. L’attesa non è stata pienamente soddisfatta, per Itan Hunt si tratta comunque di un ritorno in grande stile.

VOTO GLOBALE 7.5